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Esclusivo – il downhill di oggi – parla Brendan Fairclough

 

Il generale cambiamento del downhill è uno di quegli argomenti oggi inflazionatissimi, come il diametro delle ruote o l’”enduro”. Non è facile districarsi fra questi temi evitando di ripetere ciò che è stato sentito e risentito o magari evitando di cedere a soluzioni veloci e superficiali. Di bici da downhill con ruote da 27,5″ se ne contano ormai un mare in giro, un cambiamento che era pronto già da tempo. Noi stessi dalle nostre pagine vi abbiamo aggiornati su tutte le novità. Che poi a Pietermaritzburg qualcuno si prepari a correre con una bici da enduro, come per altro ha fatto lo scorso anno Jared Graves, è una cosa completamente diversa come abbiamo cercato di spiegarvi. Il discorso “diametro ruote” e quello “faccio la gara dh con la bici da enduro” vanno tenuti completamente separati.

Il succo dell’argomento che vorremmo proporvi oggi esula completamente dalla questione della dimensione delle ruote. Cerchiamo di focalizzarci sul semplice fatto che a Pietermaritzburg, una gara davvero molto particolare, in molti corrono con bici non da dh. Ma non fermiamoci però solo a Pietermaritzburg, cerchiamo di andare oltre, altrimenti rischierebbe di essere un discorso legato unicamente ad una pista “eccezionale”, nel senso di fuori dalla norma. Prendiamo ad esempio un atleta come Brendan Fairclough, da tutti riconosciuto come uno dei rider, se non il rider, più dotato di sempre. Brendan ha avuto anni d’oro, stagioni nelle quali si apprestava a diventare il nuovo numero uno. Poi qualche anno sfortunato e, adesso, la difficoltà di portare a casa un risultato a livello con le sue incredibili capacità di guida. Qualcuno dice che è una questione di allenamento. Non siamo tanto d’accordo, Fariclough è un rider molto allenato, come tutti i top del resto. Ma allora di cosa stiamo parlando?

Dopo aver dichiarato sul suo Twitter che avrebbe corso l’apertura di coppa a Pietermaritzburg con la sua Scott Genius, abbiamo deciso di raggiungere Fairclough durante il team camp Scott per capire meglio. Gianluca Ricceri ha realizzato questa breve, ma molto interessante intervista. Sentiamo cosa ha da dire un fuoriclasse come Fairclough sul downhill di oggi.

Quindi a sentire Fairclough non sarebbe una questione che riguarda solo Pietermaritzburg. Il downhill sta cambiando, le nuove piste inserite sono spesso in bike park, le vecchie non ancora escluse vengono ammorbidite di anno in anno. Ma in che direzione si sta andando? L’idea che il downhill venga reso più “semplice” per partito preso non regge a nessuna verifica. Ci sono tante motivazioni, alcune complesse. La scelta delle location è naturale che cada sempre più sui bike park, perchè sono i bike park che hanno un ritorno economico vero dall’investimento delle gare di coppa, e bike park significa spesso piste più semplici, più lavorate, riproponibili ai clienti che poi desiderano girare sul tracciato di coppa. Poi c’è di certo il tentativo di rendere il downhill uno sport più televisivo, più accessibile alla comprensione dei non addetti ai lavori, quindi diventano d’obbligo sezioni molto veloci, aperte e con salti enormi (con il limite secondo noi che velocità e salti nella dh saranno sempre “limitati” nel loro appeal sul grande pubblico, soprattutto se paragoniamo la mtb agli sport a motore tipo mx). Per la verità questa tendenza “televisiva” della dh ha subito una forte accelerazione da quando sulla barca è saltata Red Bull a gestire la situazione. Questo aspetto implica anche che i tracciati siano più accessibili, che non ci vogliano anni per portare una telecamera nei punti più interessanti. Le montagne più accessibili, ovviamente, sono le meno ripide, le meno accidentate. Poi c’è senza dubbio una trasformazione di questo sport in ottica di preparazione atletica, è giusto che questo aspetto venga con il tempo sempre più privilegiato, i rider sono ormai atelti a tutto tondo. Questo però deve avvenire, secondo noi, senza sacrificare totalmente l’aspetto dell’abilità tecnica, come forse invece avviene su piste come Pietermaritzburg.

Nonostante tutto le parole di Brendan risuonano come cannonate. “Un tempo cercavamo più escursione, oggi montiamo ruote da xc e reggisella telescopici“. Si tratta di considerazioni che non possono non far riflettere. Brendan apprezza molto Ropelato, lo dichiara più volte nell’intervista, allo stesso tempo però attribuisce il suo risultato in qualifica lo scorso anno a Pietermartizburg esclusivamente alla scelta della bici, più o meno. Ma allora ha ragione il comitato olimpico che si ostina a dire che il mezzo in questo sport ha un peso ancora troppo rilevante? A questo probabilmente in molti risponderebbero di no, il mezzo non è così rilevante, è il pilota che conta. Però magri a rispondere così sono pure gli stessi che dicono che una pista come Pietermarizburg ci sta pure e che i percorsi nuovi, molto veloci, che privilegiano molto anche la preparazione atletica, sono una buona cosa. Allora però bisogna mettersi d’accordo, altrimenti questa discussione diventa un calderone nel quale dentro si butta tutto, senza fare nessuna distinzione e confondendosi le idee.

Certo nessuno può attribuire il dominio di due stagioni di Gwin alla sola preparazione atletica, lo avete visto due anni fa in Val di Sole? Praticamente un mstro. D’altra parte però c’è una tendenza innegabile, sotto gli occhi di tutti, che, se anche per motivi complessi, sta trasformando il downhill. Non vogliamo trovare un motivo a questo, ma non possiamo non sotttoscrivere le parole di Brendan, che oggi, dette da un rider del suo livello, risuonano come un’illuminazione, come una presa di coscienza di fatti che erano lì davanti ai nostri occhi, ma che non eravamo capaci di afferrare. Le piste più tecniche vanno fuori, i bike park entrano dentro, ovunque si costruiscono parti velocissime e aperte, ovunque si inseriscono parti pedalate e salti enormi, la bici deve essere sempre più leggera e si può anche trascurare il travel in certe situazioni, basta avere bici da enduro e ruote da xc. In più una pista come Pietermaritzburg viene confermata per anni e anni. Noi non vogliamo prendere una posizione in merito, siamo confusi come molti di voi, ci basterebbe sollevare una discussione seria, ponderata, perchè anche noi siamo alla ricerca di risposte. I rider di oggi sono fortissimi, sia tecnicamente che atelticamente e il downhill continua ad essere uno sport estremamente spettacolare. Tuttavia Fairclough ha ragione, il downhill è cambiato e sta continuando a cambiare. Potrebbe essere solo una ruota che gira, la tendenza del momento, come dice Brendan, ma la sua frase conclusiva, quando dice: “forse un giorno torneremo ad usare un giorno vere bici“, è di certo provocatoria, ma non può non far riflettere, deve per forza essere uno spunto di riflessione.

Intanto eccola lì, mentre noi ci dilettiamo a scrivere la Genius LT 650b di Brendan è pronta a partecipare alla prima tappa della coppa del mondo di downhill 2014.

Non abbiamo dato nessuna risposta, abbiamo solo sollevato dei dubbi, ma è questo quello che riusciamo a fare, le risposte le lasciamo a chi è più bravo di noi.

P.S. Questo non c’entra nulla con la dh. Avete visto che ad un certo punto Brendan dice “queste nuove bici da xc o enduro, chiamatele come volete“. Una cosa del genere detta da un biker del suo livello è illuminante. Mi sono sempre chiesto una cosa: se l’enduro è veramente lo “spirito” della mtb perchè allora non sichiama semplicemente “mtb”? Forse ormai quello che noi chiamiamo enduro pensando di riferirci a una disciplina delle mtb è più che altro una disciplina “race”? Un modo diverso di gareggiare in mtb? Ma questo è un altro argomento e molto presto lo tratteremo con un’altra bella video intervista molto scottante. Continuate a seguirci e ne saprete di più.

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23 Responses to Esclusivo – il downhill di oggi – parla Brendan Fairclough

  1. Giacomo dh scrive:

    Un’intervista molto interessante, non capita tutti i giorni di sentire un rider come Fairclough aprirsi in questo modo e parlare di questi temi scottanti con sincerità. Una patata bollente questa del cambiamento della dh. Il futuro è difficile da prevedere ma qualcosa sta cambiando di certo.

  2. Neuro scrive:

    Vittorio,
    come prima cosa ti faccio i complimenti per il tuo sito e per la passione che metti nel tuo lavoro.
    Tornando al discorso pista di coppa, anch’io sono pienamente d’accordo con Brendan. La dh si sta evolvendo in un qualcosa che è troppo vicino ad una gara di enduro ( o di mtb in senso generico…).
    Più volte anch’io mi rendo conto che su certi percorsi potrei essere più veloce con la mia bici da enduro rispetto alla mia da dh…
    Anche quest’anno parteciperò al circuito Gravitalia e soprattutto per una gara ( a meno che non cambi qualcosa) sarò indeciso se usare l’enduro..(chi conosce bene il circuito sa già a quale gara mi riferisco…).
    La mia non vuole assolutamente essere una polemica contro Gravitalia, che anzi stimo per l’impegno e la passione che ci stanno mettendo per cercare di tenere alta la dh a livello Italiano e sono consapevole degli sforzi economici che bisogna sostenere per l’organizzazione di una gara…
    Mi piacerebbe vedere solo nomi come Scopello, Pila, Collio, Caspoggio, Val di Sole, San Remo…che per motivi economici, politici o di cui non sono a conoscenza, si sono purtroppo persi….e sono molto dispiaciuto di questo
    Probabilmente l’evoluzione dei materiali porterà ad avere bici da dh molto leggere e performanti su tutti i terreni, e le bici da enduro si renderanno conto che per raggiungere certe prestazioni discesistiche dovranno fare un passo indietro di qualche anno e tornare ad angoli di sterzo leggermente più aperti e perni passanti da 20mm al posto delle invenzioni insensate da 15mm (che tra le altre cose risulta essere più pesante se si vuole ottenere la stessa resistenza torsionale)…
    Arma definitiva: Dh full Carbon full air Suspension sui 14 Kg montata XX1….io penso di si…
    Ciao e complimenti ancora

    • Vittorio Platania scrive:

      Grazie mille per i complimenti, ce la mettiamo tutta per darvi contenuto di buon livello. Detto questo il tuo ragionamento è interessante e lo condivido in gran parte. Le parole di Brendan non dovrebbero essere prese come una critica al moderno dh, almeno non dovrebbero fermarsi solo a questo. Nessuno dice qui che la dh oggi è peggio di ieri, che gli atleti sono più preparati fisicamente e meno a preparati a livello tecnico o che le gare non siano spettacolari come quelle di qualche tempo fa. Dire questo non avrebbe senso, sarebbe un inutile esercizio di sofistica. La cosa interessante è invece prendere in esame i cambimenti reali ai quali stiamo assistendo, che anche uno come Fairclough, che come vediamo quando è stimolato dice cose molto interessanti, evidenzia come innegabili. Allora vediamo in cosa consistono questi cambiamenti, cerchiamo di comprenderli e solo dopo domandiamoci dove stiamo andando. Per il resto credo anche che capire serva a crescere, ma il cambiamento è inarrestabile. La dh come tutti gli sport vive le sue evoluzioni ed i suoi periodi, i cambiamenti in atto oggi non è detto siano i migliori, non è detto siano i peggiori e di certo non saranno definitivi, come non lo è nulla del resto.

  3. ViolaP* scrive:

    Ho sempre pensato che il downhill prima in poi avrebbe preso tra virgolette una brutta piega . Quello detto da Brendan è tristemente tutto vero. Brendan l ho conosciuto e ho girato con lui quando era in Orange e credo che il Dh Puro Istintivo Veloce si sia fermato quegli anni . Reputo l Enduro non una disciplina agonistica ma bensì una Raidata con gli amici e reputo agonismo puro ormai l xc e il dh. L Enduro è diventato il rifugio di molti ex atleti sia xc che dh che non sono riusciti ad essere più tanto competitivi. Cmq le 2 ruote vanno dove va il mercato retorica su retorica ecco qua . Il Dh è stato esasperato è diventato purtroppo schematico come x chi si allena su strada con test di preparazione e allenamenti sempre più miratiu che ti portano via da quella che dovrebbero essere la tua macchina da guerra ossia la bici da Dh . Posso solamente aggiungere che tutto ciò che ha le ruote grasse sia per me MTB senza alcuna distinzione….Io sono un ciclista adesso e mi reputo fortunato di aver vissuto i migliori anni che il DH abbia mai avuto .. Scusate per le chiacchiere ma avevo bisogno di dire la mia e complimenti a Tri_Ride di spingere e parlare sempre bene nel verso giusto del DH . Paolo Viola

    • Vittorio Platania scrive:

      Grazie per il tuo contributo Paolo. Sul discorso che un certo tipo di mtb dovrebbe rimanere solo ed esclusivamente mtb, senza scivolare nell’”etichettismo”, mi trovi completamente d’accordo. Le etichette stanno bene sul racing, la mtb dei biker sporchi di fango è bello che rimanga sempre e solo mtb secondo me, qualunque sia la bici e qualunque sia il percorso.

    • niccogaz scrive:

      Sono d’accordissimo con Paolo… un saluto e un abbraccio forte! Niccolò Maggiorani

  4. Gianluca scrive:

    Si forse ha ragione la downhill in fondo è questo.

    Pero è anche giusto che uno sport come la downhill, da pochi anni paragonata alla “f1″ della gravity,scusate il termine, chi si fa il “culo” durante l’inverno abbia una marcia in più di chi magari si è allenato di meno. Quindi secondo me i nuovi percorsi non devono essere per forza come pzm, ma qualche strappetto ci sta anche. In poche parole chi vince, non deve aver vinto perche ha lasciato più i freni agli altri coridori,bensi,perche ha lavorato di più tutto l’Anno.

    • Vittorio Platania scrive:

      Ma infatti nessuno dice questo Gianluca, la preparazione ateltica è fondamentale. Brendan però dice che ropelato ha fatto secondo in qualifica a PMZ, una cosa un po’ diversa dall’alllenamento. La questione è complessa, ci sono molte cose da tenere in considerazione.

  5. 8p8 scrive:

    Salve a tutti; io non sono propio d’accordo sul modo(spianare le piste) con cui si vuole “valorizzare” la prestazione atletica dei Rider più forti del mondo… Se gareggi nel mondiale sei già sicuramente un ‘atleta che si prepara tutto l’anno (palestra, bdc, ripetute e tanti km su asfalto), non serve dimostrarlo facendoli pedalare x minuti, lo sappiamo tutti, che sanno pedalare:-). DH và oltre alla pura preparazione atletica che ripeto è obbligatoria, è un’ insieme di doti(sensibilità traiettorie riflessi ecc..) che vengono esaltate soltanto mantenedo i il livello di difficoltà altissimo, perchè non è come nelle altre discipline dove se ti alleni , in linea di massima, sei in grado di percorrere tutti i tracciati ,divertendoti. Nella DH è DIVERSO, è x questo che le gare devono mantenere standard di elevata difficoltà tecnica.

    • Vittorio Platania scrive:

      “non è come nelle altre discipline dove se ti alleni, in linea di
      massima, sei in grado di percorrere tutti i tracciati, divertendoti”, è un punto di vista interessante però non è proprio così secondo me. Nell’xc ci sono tratti nei quali in gara la gente scende a piedi dove altri vanno a manetta. In questo non credo la dh sia diversissima da altre discipline. Capisco però il tuo punto di vista generale.

  6. Starla scrive:

    C’è un punto toccato nell’articolo che secondo me è la chiave di lettura di questo cambiamento in atto: la spettacolarizzazione e il tentativo di rendere questo sport attraente al pubblico (che non vuol dire per forza appetibile per potenziali praticanti, bensì sufficientemente “attirante” di nuovi spettatori da cui poi far partire il solito meccanismo di marketing).
    Precisamente parlando di velocità e grossi salti nel confronto con l’MX, c’è tutta la fragilità di un intento (la massificazione di pubblico appunto) che, condivisibile o meno, è di sicuro chiaro e dichiarato nei fatti qui ben evidenziati. Il punto è: è fruttiva questa scelta? E’ veramente più spettacolare la DH con salti da 10m quando con una MX saltano il canale di Suez a 150km/h?
    Ci sono 2 parametri di giudizio su questa cosa secondo me, che senza scrivere un tema riassumo con 2 esempi banalizzati: mia moglie, mio papà o il mio collega d’ufficio vedendo la run di Sam Hill a Champery o quella di Graves a Pietermazburycomediavolosiscrive non notano grandi differenze se non che una è al sole e l’altra nel fango (e mediamente commentano “miii guarda come è infangato!!” e soprattutto la guardano perchè li costringo.
    Questo ci dice 2 cose: che lo spettacolo, ancora purtroppo, ce lo vediamo noi appassionati e malati di DH, non la gente comune. E questo era vero 10 anni fa come oggi, nonostante RedBull ci stia provando. Mi chiedo, non è un tentativo sterile in partenza visto il divario per esempio con MX e altri sport estremi già affermati? La DH sarà per sua natura sempre relegata agli appassionati intenditori? Temo di sì, anzi, penso di sì, perchè questo credo sia una buona cosa, per me che sono appassionato appunto. Per le masse, amen.
    Esempio n2: prendete le stesse 3 persone e fategli vedere la RedBull Rampage. Io ho provato e la reazione è tutta diversa, seppur non cogliendo le difficoltà tecniche che vedo io nel gesto tecnico, colgono appieno la spettacolarità dello sport estremo e non c’è bisogno che li costringa a vedere il rider successivo perchè sono incuriositi da soli. Non per interesse alla bici come me, ma per interesse all’estremo/bizzarro/fuori dagli schemi -chiamatelo come volete- nello stesso modo in cui gli altri sport fanno. (la F1 attrae per la velocità estrema, la motoGP perchè sono “funanboli”…. etc etc in tutti gli sport).
    Contrapporre la DH e la RedBull Rampage agli occhi del non-appassionato ci da la misura del potenziale successo sul lungo termine di questo tentativo di portare la DH al grande pubblico. Dubbio quantomeno, ma con il rischio di snaturarla troppo ed allontanarla dalla sua stessa base: gli appassionati di DH, o forse meglio dire di MTB in genere (perchè personalmente non conosco nessun MTBiker autentico che non sia affascinato dalla DH, anche se poi lui fa XC o Enduro o qualsivoglia disciplina della MTB….).

    • Vittorio Platania scrive:

      Quello che dici è molto vero e permettimi, per un appassionato di dh come me, anche molto triste. Non riuscire a trasmettere la spettacolarità di questo sport a chi non è già appassionato di suo è triste. Tuttavia, anche se condivido gran parte del tuo ragionamento, non sono sicuro su un punto. Dal vivo tenderei a dirti che chiunque, anche un profano, giudicherebbe la run di Gwin in Val di Sole di due anni fa molto più spettacolare della run di Minnaar dello stesso anno a Pietermaritzburg. Vdere dal vivo gente che viene giù a 40 km orari da roba sulla quale altri si arrampicano con mani e piedi è molto spettacolare, e secondo me è la sepcificità del downhill. Vedere invece uno che con una bici in una sezione aperta e larga 50 metri chiude un doppio di 15 metri su una bici a 70km orari non è altrettanto spetacolare secondo me, perchè se comparato agli sport dove di solito si fa roba di questo tipo uno che va a 70km orari è fermo. Non sono certo che la stessa differenza, se pure con le dovute attenuazioni, non sia riproducibile in tv. Detto questo quello che dici sulla Rampage è verissimo, mi sa che dobbiamo rassegnarci al fatto che per i più quel tipo di freeride big mountain sarà sempre più spettacolare del resto. Però quel tipo di disciplina, che io personalemente non amo neanche un poco, anche se riconosco l’altissimo livello dei rider, mi sembra sempre che trasmetta un’idea della mtb un po’ da circo, da freestyle, che a me non piace molto e che volendo fare anche i pragmatici non so quante bici faccia vendere. Forse fa cliccare sui video, ben venga per Red Bull, ma non credo faccia avvicinare persone a questo sport.

  7. Giorgio Gamba scrive:

    Semplicemente una pista di coppa del mondo a mio avviso un rider amatoriale dovrebbe avere problemi a farla, invece non è così! Se mettessimo uno che a malapena sa andare in bici ma è super atletico sarebbe in lotta per la vittoria a pietermaritzburg come in molti tracciati dh!!!!! Ridicolo!/iperbole

  8. Simon Cittati scrive:

    Onestamente non vedo grandi novità nelle parole, sicuramente sincere, di Brendan in questa intervista. Non fa altro che confermare quello che ha sempre detto, che il suo forte sono i tracciati tecnici e ripidi, e non piste come il Sud Africa. Ma, parlando proprio di Pietermaritzburg, l’avete vista bene la pista? Ecco, io non sono proprio sicuro che in tanti riuscirebbero a farla con una bici da enduro, e tantomeno che tanti riuscirebbero a ripetere il capolavoro di Graves – che comunque e’ arrivato terzo, ed e’ stato battuto da Minnaar e Hannah che erano su due bici da DH totalmente legittime. Intendiamoci, qui stiamo parlando di gente come Fairclough, Graves o Minnaar, tre dei migliori mountain bikers al mondo, solo con doti molto diverse. Brendan e’ talento puro, se mi chiedessero come vorrei girare in bici direi “Come Brendan” senza esitazioni, ma gente come Graves o Minnaar oltre al talento ha anche doti da atleta mostruose. Ha ragione il buon Paolo Viola, ormai la bici da DH per una rider e’ quasi un miraggio, nel senso che ormai bisogna passare talmente tanto tempo in palestra e su bici da strada che a volte la bici da DH passa quasi in secondo piano…ho avuto recentemente modo di vedere con i miei occhi che rider del calibro di Steve Smith e Sam Blenkinsop pur essendo in Nuova Zelanda, e girando tutto il giorno in bikepark facendo 10-12 run, la mattina la passano comunque tra palestra, rulli e altri allenamenti specifici. Pero’ d’altronde e’ cosi’ in tanti altri sport, basti vedere il Supercross, credo lo sport a due ruote fuoristrada piu’ seguito e spettacolare, credo che i riders passino piu’ tempo in palestra e sulla bici da strada che sulla moto…
    Il fatto che la Coppa del Mondo si stia spostando su tracciati piu’ aperti, spettacolari e spesso situati in un bike park e’ una conseguenza nemmeno troppo sorprendente, l’investimento per una gara di Coppa e’ notevole, e a cosa serve tutta quella promozione se dopo i 5-6 giorni di gara localita’ e percorsi sono deserti? A ben poco…guardate l’esempio del Crankworx a Whistler, con una settimana di evento ogni estate richiamano ogni anno centinaia di migliaia di riders, tanto che sono alcuni anni che gli incassi della stagione estiva sono prossimi a quelli della stagione sciistica…una cosa del genere vi sembra possibile in posti come Vigo, o, scusatemi se mi permetto, la Val di Sole (che pure e’ uno dei percorsi piu’ belli che io conosca). Ci sono tanti motivi per cui questo accade, e non basta dare la “colpa” all’Enduro…

    Riguardo proprio all’Enduro, non vedo niente di malizioso nella definizione di Brendan di “XC o enduro” riguardo alle moderne bici da Enduro o Trail. Brendan, come dicevo prima, fa paura su una bici da DH, su una Enduro o su una rigida da Dirt. Ma noi comuni mortali? Per il 99% dei riders una moderna Enduro o Trail da 140-160mm, magari 27.5 o 29, e’ finalmente la bici “totale” da usare nel giro dopo il lavoro al parco cittadino, nel weekend per i giri enduro e magari anche quei 10-15 giorni l’anno in cui si va in bike park. E poi vi chiedete perche’ l’enduro stia diventando piu’ popolare della DH? E’ un po’ come lamentarsi che i cellulari hanno fatto sparire le cabine telefoniche…come si fa a pensare che una disciplina che si corre con le stesse identiche bici di cui sopra possa non attirare piu’ partecipanti, interesse e sponsor che un’altra, come la DH, che richiede bici e percorsi ultra-specifici, impianti di risalita o navette, e cosi’ via?

    Tutto questo detto da una persona che ama e vive (e cerca di capire) il ciclismo in tutte le sue forme, dalla DH alla strada al ciclocross, passando per enduro e XC.

    • Vittorio Platania scrive:

      Brendan nell’intervista dice certamente che i tracciati dove và bene sono quelli tecnici e ripidi, su questo niente di nuovo. Quello che invece a me sembra assolutamente inedito è il passaggio nel quale parla del fatto che un tempo, quando lui era lì in testa a combattere insieme a rider come Hill, si cercava più escursione, forcelle da 220mm, oggi si montano ruote da xc e reggisella telescopici. Questo secondo me è l’aspetto interessante, che Brendan ami la roba tecnica davvero non è nulla di nuovo, ma che faccia un’analisi di questo tipo, concludendo il suo discorso con l’augurio che un giorno si torni su “vere bici”, beh, secondo me non può essere un’osservazione liquidata sbrigativamente. Nel pezzo non si dice mai che Pietermaritzburg sia in assoluto più semplice o che i rider di oggi siano meno preparati che un tempo. So bene che chiudere un doppio di 15 metri a 75 km orari su una bici da dh di 14 kg con cerchi da xc o ancora peggio una bici da enduro non è una cosa semplice e sono d’accordissimo nel ritenere Graves uno dei pochissimi che poteva riuscire nell’impresa, anche se il secondo posto in qualifica di Ropelato, caduto poi in gara, che davvero non ha mai fatto un top 10, è un altro dato che non può essere liquidato frettolosamente. Ora è anche probabile quello che dici, Fairclough non ha le doti atletiche di gente come Minnaar o Graves, ma questo non rende le sue parole meno vere. Si tratta di una semplice constatazione riscontrabile nei fatti, oggi si montano ruote da xc e reggisella telescopici, roba che davvero a Schladming e a Maribor non avrebbe avuto alcun senso, e a volte, alcuni rider particolarmente dotati, riescono a vincere, in particolari circostanze, utilizzando una bici non da dh. Questo è ancora un fatto, ed aggiungerei che è un fatto nuovo. Un fatto nuovo di per sè rappresenta un cambiamento e, anche in questo caso, porsi la domanda del senso di questo cambiamento è legittimo per un appassionato.

      Il fatto secondo me è che nella tua risposta si evidenzia un approccio alla questione molto diverso. Tu giustamente fai notare come la sostenibilità economica di un progetto sia un fattore irrinunciabile, che giustifica di per sè le scelte. Comprensibilissimo ed in parte anche condivisibile direi. La questione sembra lampante, perchè allargare a località che propongono un’esperienza non riproducibile per gli utenti e che non offrono veri servizi? Questo è un argomento molto spinoso, che secondo me a volte si approccia in un modo quasi ideologico. Ci sono almeno due punti che però mi sentieri di discutere nella tua risposta:

      1) Il fatto che una disciplina è naturale che si evolva nel senso della sostenibilità economica, nel senso del suo mercato, ovviamente è una cosa scontata nella nostra società. Ma chi lo ha detto che sia l’unica strada? Il fatto che la scelta dei percorsi, siano essi bike park o no, sia guidata esclusivamente dal mercato, o almeno così sembrerebbe, non mi rasserena affatto, non credo che in nome del mercato debba essere così pacifico prendere qualsiasi tipo di direzione, mi sembrerebbe una sorta di giustificazionismo immobilista. Certo è vero che un posto come Val di Sole non offre servizi, non è un bike park di livello come possono esserlo Leogang o Hafjell (che fra le altre cose stava pure per chiudere). Ma allora non sarebbe più opportuno spronare queste località a fare le cose per bene? Non sarebbe opportuno cercare di trasmettere il messaggio che questi eventi servono anche a promuovere un territorio e ad “educarlo”, se almeno dietro ce ne sono le intenzioni, a diventare un posto capace di rispondere ad una domanda di mercato? Perchè l’unica soluzione deve essere quella di eliminare il ramo imrpoduttivo piuttosto che non cercare di renderlo produttivo? E ancora credo che questo attegiamento sia proprio figlio del modo di pensare, è un cane che si morde la coda secondo me. Se penso che lo sport non abbia dei princìpi guida rispetto ai quali non intendo fare un passo indietro e se penso che la sostenibilità economica sia sempre l’istanza principale, quella insuperabile, allora naturalemnte tenderò a tagliare quello che non produce. Si tratta di una normalissima legge di mercato, che guida le scelte solo ed esclusivamente se decidiamo che sia sempre e solo il mercato a dettare le regole. Se invece ho dei princìpi, qualsiasi essi siano, che penso che definiscano lo sport che sto cercando di promuovere e che ritengo irrinunciabili, allora la mia azione sarà orientata diversamente. Ovviamente terrò sempre in considerazione la sostenibilità economica, mi pare evidente, ma cercherò di raggiungerla orientato da questi princìpi. Il mio non sarà quindi un lavoro di contabilità, ma un lavoro di costruzione. Se c’è una località che per una serie di motivi ha le caratteristiche per rappresentare a pieno i princìpi dello sport che intendo promuovere, che intendo far crescere, cercherò a tutti i costi di trovare un modo per renderla anche economicamente sostenibile. Se invece un’altra località mi garantisce un’entrata perchè recupera sempre il suo investimento, ma dall’altra parte mi crea un problema perchè mi costringe a fare un passo indietro rispetto alla direzione che vorrei far prendere allo sport (intendiamoci sto parlando per astratto, per “esperimenti mentali”), allora non posso non pormi il problema. In un certo senso si tratta di crescita sostenibile, forse io tengo a questo aspetto perchè ingenuamente ancora non intendo rassegnarmi al fatto che sia sempre e solo il mercato ad orientare le nostre scelte, e guarda che la prospettiva di un appassionato è esattamente questa. Non si può far notare ad un appassionato dello sport che una località viene cancellata perchè non crea una sostenibilità economica, perchè tendenzialmente l’appassionato non è su quel registro, non gli interessa, ma guarda solo lo sport che ama e sta attento solo al fatto che sia più bello o meno bello. In pratica funziona come per la scienza, che non è un obiettivo di per sè ma è uno strumento, l’obiettivo viene stabilito dalle leggi morali che la governano, almeno così dovrebbe essere. Stessa cosa, in un mondo ideale che non smetterò mai di immaginare, dovrebbe accadere per il mercato. Io credo che sia una strada percorribile, e non parlo solo di downhill, ma fortunatamente non sono l’unico a pensarla così. Quindi preferirei che a fare le scelte che condizionano questo sport ci fosse qualcuno che non ragionasse solo in termini di mercato, ma che si ponesse il problema di raggiungere, o creare, la sostenibilità economica seguendo dei princìpi, che possono esser discussi, condivisi o non condivisi, ma che non possono mancare. Credo che in questo alcuni appassionati, e forse anche Brendan, si sentano un po’ traditi, nel fatto che loro riconoscevano nella dh dei princìpi che nessuno ha voluto difendere.

      2) Il fatto poi che l’esperienza di gara, per poter essere economicamente fruttuosa, debba essere riproducibile, ovvero il fatto che su una pista di coppa ci debba poter girare il weekend warrior, anche questa è una cosa non scontata e che secondo me appartiene tutta alla peculiarità dell’industria mtb. Nello sci ad esempio io posso andare a fare la settimana bianca nella Via Lattea e cavarmela benino un po’ ovunque, sulla pista da discesa libera però non ci metto neanche piede, almeno non facendo le stesse traiettorie. L’utente medio non potrebbe neanche perchè per certe cose, ammesso che se ne abbia l’abilità, ci vogliono gli sci da discesa libera, non certo quelli che utilizziamo per una settimana bianca. Questo non mi pare che metta in nessun modo in crisi le località sciistiche, sono sempre piene di utenti che utilizzano le altre piste e poi, guardando quella di coppa, esclamano: “vengono giù da lì così e così, sono pazzi!”. Nella mtb però questo non è possibile, non è possibile per il semplice fatto che la mtb, dh compreso, è un’industria che nel suo DNA propone la “riproducibilità di un’esperienza”. Io non posso comprare la formula uno di Alonzo, non posso comprare la moto di Rossi, non posso comprare la moto di Cairoli o gli sci di Tomba (scusate sono vecchio) (giusto per capire di cosa parlo in ambito sci http://www.ski-man.it/index.php?option=com_content&view=article&id=234:sci-da-gara-veri&catid=48:sci-discesa&Itemid=57). Invece posso comprare la bici di Minnaar, di Gwin o di Clementz. Ancora di più, tutta l’industria è basata sul fatto che io debba essere felice, che debba ritenermi fortunato come biker, proprio perchè posso comprare la stessa bici dei pro. La mtb è un’industria che si basa su questo concetto di riproducibilità. Io non lo voglio mettere in discussione, questo è tutto un altro argomento, non so se sia una cosa buona o una cosa cattiva. Comprendo bene il punto di vista di chi dice che fa fare soldi, che fa vendere più prodotti e comprendo anche quelli che dicono che è una cosa fighissima. Il fighissimo non basta però, perchè naturalmente questo ha delle conseguenze. Se io baso la mia comunicazione e le mie vendite sulla “rirpoducibilità” di un’esperienza sarà naturale per me chiudere il cerchio e proporre questa identificazione fra consumatore e pro fino al suo ultimo stadio. Quindi farò una gara il cui percorso sarà riproposto ai consumatori, che potranno rifarlo addirittura con gli stessi mezzi. In questo senso un po’ sorrido quando si dice che la dh è la F1 della mtb, non c’è niente di più lontano dalla F1 della dh o dell’xc. Ancora una volta, non è una critica questa, sto solo cercando di sviscerare un po’ il problema.

      In fine vorrei concludere con il discorso sulle bici da “enduro” o “xc”. Secondo me anche questo non è irrilevante. Recentemente mi è capitato di parlare con un produttore di componentistica che mi diceva che stavano studiando un prodotto per la mtb a 360° e che poi hanno dovuto affibiarlgi il nome “enduro”, facendo il gesto delle virgolette con le mani e ridendo quasi imbarazzato, perchè questo richiede il mercato. Questa cosa mi capita sempre più di continuo parlando con gente del settore. Sembra che intorno alla parola “enduro” si sia già creata una sorta di stanchezza, una sorta di mancanza di fiducia. Il fatto che rider poco attenti ai cataloghi e molto attenti ad uscire in bici, e credo che Brendan sia fra questi, in passato rinnegavano la definizione “xc” perchè andavano semplicemente in giro per il bosco a divertirsi alla ricerca di singletrack e oggi, in parte, rifiutino anche quella di “enduro”, perchè loro continuano a fare esattamente la stessa cosa e adesso è venuto qualcuno a dirgli che la cosa che fanno ha un nome nuovo, mi sembra interessante. Prima i rider non accettavano la definizione di cross country come qualcosa che imponesse stradelle e lycra. Si andava in giro con bici da allmountain, pieghe larghe e stem corti e si faceva di tutto. Adesso si fa esattamente lo stesso, però si deve chiamare “enduro”, il prodotto deve essere marcato “enduro”. Quel famoso produttore credo fosse frustrato perchè diceva: “io faccio solo componentistica da mtb, come ho fatto sempre”. L’enduro come disciplina vende se stesso come: “con noi il giorno della gara farai quello che hai sempre fatto il finesettimana con gli amici”, e direi che in parte è vero, si tratta solo di mtb. Poi però questa mtb deve avere un nome, un cognome, un’etichetta e tutto deve chiamarsi “enduro”, il nome “mtb” non basta più, non è sufficiente. Questa secondo me è un po’ una contraddizione, prima mi dici che rappresenti le “radici della mtb” e poi mi dici che però non si chiama più “mtb”, ma è una sua ulteriore specializzazione che si chiama “enduro”. Io non credo che le bici da enduro di oggi siano le bici totali. Credo che il vero motivo della diffusione delle mtb, in tutta la sua storia, sia l’aspetto ludico ricreativo dato dalla discesa, dal gravity. Negli anni ’70, quando la mtb è nata nella contea di Marin, si faceva discesa. Forse è un po’ come lo sci, è uno sport divertente e si fa discesa, tutto qui. Il grande pubblico vuole divertirsi e il divertimento su ruote grasse si chiama discesa. La mtb ha sempre avuto come obiettivo, sin dalla sua nascita, l’allargamento dell’accesso al gravity. Prima si andava con bici che non erano neanche mtb, poi si è capito che servivano ruote tassellate ma non si conoscevano ancora gometrie specifiche per il fuoristrada, poi sono arrivate le sospensioni, poi le sospensioni sono cresciute di travel, poi si è capito che il peso era un fattore determinante, poi si è capito che anche il travel infinito non aveva molto senso, poi si è cercato di montare la doppia corona su bici da freeride, poi si sono cominciate a cambiare le geometrie, ad utilizzare nuovi materiali o nuovi diametri ruote. Tutto questo proccesso è figlio, secondo me, di un unico grande obiettivo, l’allargamnto dell’accesso al gravity, ovvero l’allargamento della sfera ludico ricreativa della mtb, la sola capace di attrarre il grande pubblico. L’enduro è solo un passo ulteriore, ma non credo che sarà l’ultimo. Molta più gnete è in grado di fare enduro piuttosto che downhill, ma non è “tutta” la gente, come capita ancora una volta per lo sci. Non è “tutto” il mercato possibile. E anche l’enduro presto o tardi si scontrerà con delle limitazioni. I percorsi sono comunque tecnici, a tratti somigliano a delle dh, ci vogliono cronometri, organizzazione, prove speciali. E quando verrà fuori una bici da 29″ con 140mm di travel, in carbonio, che pesa 11 Kg, con angolo aperto e montata con piega larga e attacco corto? Questa bici più totale dell’attuale bici da “enduro” come si chiamerà? Si dovrà trovare un altro nome da affibiargli? E a quel punto cosa ne sarà dell’”enduro”? Sarà ancora la disciplina “totale”? Quella che si presenta al mondo come le “radici della mtb”? Credo che la frustrazione di quel produttore di componenti, per tornare all’inizio di questo discorso, risiedesse proprio nel fatto di sentirsi costretto ad usare una nuova parolina magica per le vendite rendendosi conto del fatto che la sua ricerca, i suoi prodotti, erano esattamente gli stessi, orientati dallo stesso obiettivo di sempre, rendere la mtb, ed il gravity, più accessibile a tutti e con componentistica più all’avanguardia. Storia vecchia con nome nuovo. Io do ragione al 100% a quelli che presentano l’enduro come la “mtb totale”, almeno fino ad oggi, domani si vedrà, solo che gli do più ragione di quanto non se ne diano loro stessi e proprio perchè “totale” non capisco perchè debba essere “enduro” e non semplicmente, ancora una volta, “mtb”. Quindi credo che le parole di Brendan siano lo specchio del sentimento di quel produttore di componentistica: “pe me è solo mtb, voi chiamatela come volete”. Credo anche che se l’enduro ha invece una sua specificità è nell’ambito race. Come disciplina race questa etichetta, questo nome, ha molta più ragione di esistere e sono convinto che rimarrà a lungo. Come prodotto invce, ma forse qui mi sbaglio, è destinato ad essere superato da qualcosa di più “totale” e che probabilmente avrà un nome diverso, anche se io spero che si chiamerà solo mountainbike. Brendan non parla di discipline in quella sua frase, parla di “prodotti”, la discriminante sta tutta qui secondo me.

      Detto questo mi scuso con tutti per la lunghezza della risposta, volevo precisare alcune cose ma l’argomento come vedete è spinoso.

      • Starla scrive:

        Troppi spunti da approfondire a caldo, una considerazione rapida: sulla “tattica” più che sulla “strategia” (che è quella di ampliare la diffusione dello sport DH).
        Prendendo proprio l’esempio della “F1 of cycling”, come dici Vittorio, la F1 non ha gran che in comune con la DH anche se risulta l’esempio “immaginativamente” meglio spendibile per comunicare lo sviluppo (del prodotto, dello sport e dell’atleta) spinto ai massimi livelli, in contrapposizione ai Rally.
        Non-replicabile a priori il primo, la F1, replicabile per principio il secondo, i Rally.
        Mentre la F1 utilizza piste, automobili e tecnologie fuori dal “replicabile” per l’utente comune, il Rally parte dall’assunto opposto: auto di serie su strade “di serie”, ma sempre spinte al limite, ne più ne meno che quello che fa il bike industry (forse non è un caso che entrambi i mondi affondino le proprie ruote su terrreni sterrati – riflessione di natura antropologica da sviluppare in altra sede in futuro magari).

        Sull’efficacia di queste 2 strategie è fin troppo facile deliberare al giorno d’oggi: Sebastian Loeb è probabilmente il pilota di più alto spessore di sempre in tutti gli sport a 4 ruote, con un palmares da far impallidire Senna, Schumacher e chiunque altro, ma mentre Senna è nel mito e Schumacher è conosciuto anche al Polo Sud, Loeb è ignoto ai più.

        Il modello della replicabilità perde nettamente contro quello dell’esclusività all’ennesima potenza, o almeno così sembrerebbe. Ci vedreste una DH che utilizzi l’altro metodo? Vi do un esempio di chi l’ha fatto, anche se per obbiettivi diversi: la Honda con l’HR01 ha portato quel pezzetto di “F1 of Cycling” che si evoca sempre in modo sbagliato.

        Lo vedete come un punto d’arrivo o punto di partenza? Eliminando il fattore budget per ora, il modello F1 sarebbe di successo sul pubblico, anche alla luce della scarsa spettacolarità televisiva della DH? Sia le gare di Rally sia quelle di F1 sono mediamente noiose da guardare, ma EVOCANO nell’immaginario collettivo in modo diverso, da dove viene questo “potere” evocativo, che fa presa su milioni di persone nel caso F1 e invece su pochi migliaia nel caso dei Rally? E’ la Rampage la vera F1 of Cycling in questo senso? E la DH poco spendibile? :/

        • Vittorio Platania scrive:

          Riflessione molto interessante, ti rispondo su due cose, una basata sulla mia esperienza.

          1) Secondo me è l’industria del ciclo in generale che si basa su questa idea della “riproducibilità”, sia nel ciclismo su strada che su quello fuori strada. Quello che vale per le mtb vale anche per le bdc. Che sia una cosa positiva o negativa per lo sport ed il mercato è tutto da dimostrare.

          2) Non so se in generale il modello della “non riproducibilità” della F1 funzionerebbe nel downhill. Io nella mia piccola esperienza posso dirti che sono un videomaker, lavoro nel marketing, costruisco e racconto storie. Quando dal punto di vista del mezzo và sempre tutto bene, perchè deve essere raccontato così perchè sono i mezzi e i componenti che si vendono, la storia diventa spesso poco interessante. Cosa tiene gli appassionati incollati ore sul moto gp? Ovviamente sapere che quel telaio non va, che quegli ingegneri hanno fatto una castroneria, che le gomme o il motore vanno cambiate. E si sentono sia i piloti, che gli ingegneri che i commentatori. Questo crea una storia. Nel mondo ciclo tutto deve smpre andar bene e se c’è una crepa da qualche parte deve essere nascosta. Questo secondo me appiattisce un po’ la “narrazione” di questo sport. SRAM con il programma Black Boxx un po’ cerca di fare una cosa simile, ma non sempre riesce secondo me. Io ho sempre pensato che si potrebbe correre ogni anno con prototipi, che magari poi vanno sul mercato solo se superano in qualità il modello attualmente disponibile, come dire che sulle gare si testano i prodotti. non so se funzionerebbe, ma enderebbe di certo le gare più interessanti.

          • Starla scrive:

            Giusto per aggiungere alcool al fuoco e usare sempre un esempio dalle 2 ruote a motori, dato di oggi:
            http://www.gazzetta.it/Passione-Motori/Moto/28-02-2014/ducati-vendite-2013-record-mercato-usa-80146243611.shtml

            Assente dalla SuperBike, con una MotoGP che definire imbarazzante dal punto di vista tecnico è riduttivo, Ducati stampa vendite record.

            Che tutto il circo delle corse sia in verità una roba da appassionati, che montano teorie di marketing solo per giustificare il mantenimento di questo splendido giocattolo, MA che non sposta le vendite di una virgola?

          • Vittorio Platania scrive:

            Ho sempre pensato che quelo che vende davvero è l’”accostamento” di un testimonial ad un marchio, perchè la pubblicità è molto emotiva, immediata. Non sono certo di quanto l’identificazione con lo “stesso prodotto del pro” sia un ragionamento che entri così fortemente nel messaggio comunicativo emotivo. Anche perchè poi mi chiedo una cosa, se tuti si lamentano che si vendono poche bici da dh, e non credo che ancora la enduro race siano in cima alla lista delle vendite rispetto a bici da xc entry level, ma allora siamo davvero certi che la gente compra di più le bici che usano i pro? Ma qui stiamo davvero spostando molto il discorso.

  9. luca morana scrive:

    Direi che a conti fatti non dice nulla di nuovo ma evidenzia quasi scientificamente quello che è accaduto e che viene discusso negli ultimi anni; a dire il vero mette un po di tristezza sentire parlare un rider del suo calibro con tanta franchezza, la delusione a me sembra evidente. Lo sport si evolve e su questo non ci piove però a volte bisognerebbe guardare un attimo indietro e confrontare gli obbiettivi raggiunti con quelli previsti.

  10. gassssss scrive:

    mi sa che abbiamo dato per morto e sepolto il FREERIDE…. ma mi sa che ritornera alla grande, per tappare il buco lasciato dalla _Dh moderna e dall enduro che si sposta troppo verso Xc.

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